Pensare “out of the box” per conquistare un Comune

Andrea Bonadei

Amministratore comunale, appassionato di comunicazione

Il primo rischio di una campagna elettorale? Usare i soliti schemi. Riciclare lessico trito. Appiattirsi su strumenti “anni ’90”.

E’ con questo chiodo fisso in testa che io ed il mio gruppo abbiamo ragionato la campagna per le elezioni amministrative del Maggio 2011. Al tempo avevamo costruito un progetto civico nuovo di zecca, avviato da persone molto giovani e senza curriculum amministrativo. Intendevamo rovesciare, non solo politicamente, ma anche culturalmente, il modo di gestire il territorio della maggioranza uscente, che valutavamo molto negativo.

Ma il distacco appariva rilevante, le statistiche sul voto dei nostri concittadini richiedevano dei “qualcosa di più” non semplici da individuare e mettere in scena; stante anche il nostro budget, ben inferiore agli avversari.

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Credo opportuno contestualizzare quel momentum elettorale: facebook e twitter stavano entrando nelle campagne delle grandi città (Milano, Napoli…), ma nel nostro territorio un po’ valligiano non erano ancora così diffusi. Le infografiche non erano ancora spiccate nei materiali visual. Il ruolo della stampa e delle TV locali era ancora forte.

La giovane età, gli studi universitari variegati e buone competenze di base sui concetti cardine della comunicazione ci hanno indotto a spremere i neuroni, a dare fondo alla creatività abbandonando alcuni timori tipici del “si è sempre fatto così” per sperimentare metodi e strumenti inediti. Eccone il succo.

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Il ruolo della SEDE: contro-intuitivo partire da una sede fisica in cima alla lista delle idee brillanti? No, se le campagne elettorali nei comuni sotto i 10.000 abitanti (6.000 elettori circa) difficilmente vedono sorgere sedi di comitati elettorali. Nel nostro caso, abbiamo fatto un accordo conveniente con i proprietari di un negozio chiuso, ma sotto un porticato centrale al paese: una stanza completamente visibile da vetrine ad angolo. Vuota.

L’abbiamo così riempita solo di due tavoli, alcune sedie e poltrone prestate da un amico arredatore, bacheche su una parete, una abat-jour ed un mobiletto su cui porre un PC, con schermo visibile dall’esterno.

L’abbiamo usata, molti mesi, per riunioni infinite, per preparare materiali, per conferenze stampa e serate formative; i passanti potevano vedere con chiarezza chi ci fosse dentro e cosa si facesse. Un bel messaggio di trasparenza e un luogo di riferimento in cui, nella coda della campagna, i cittadini, anche con meno confidenza, entravano a porre domande o fare segnalazioni. Lo schermo girava slide in automatico, con i profili dei candidati, i punti di programma e domande aperte che stimolavano alla riflessione.

I PALLONCINI colorati e la piazza: nelle occasioni pubbliche (abbiamo svolto una quindicina di incontri pubblici sparsi nei quartieri e vari gazebo in piazza) riempivamo le postazioni di palloncini gialli con il nostro lago stampato, cogliendo l’attenzione molto più che con ipotetiche bandiere. Se poi ne hai tanti e li consegni ai bambini, quella macchia di colore e chi l’ha donata entrano nelle case dalla porta principale: quella affettiva.

Ad un certo punto avevamo ipotizzato un’iniziativa di forte visibilità, per denunciare la sporcizia di luoghi centrali: ovvero armarci di pettorine fluo e ramazze, per effettuare una pulizia di Piazza 8 Marzo. Abbiamo abbandonato l’idea che, seppur efficace, ci pareva bollabile con l’etichetta della demagogia. Poi, avendo vinto, alla Piazza ci hanno pensato le motoscope e gli operatori!

Lo SPOT TV semiserio: quasi per caso abbiamo ricevuto la disponibilità di un amico a registrare (gratuitamente) in uno studio professionale uno spot elettorale di 30 secondi (http://www.gloker.com/GContent/Index/nuovo-spot-costa-volpino-cambia-2049?from=Blog-109), da spedire alla TV locale più seguita. Per molti dei candidati era la prima volta di fronte ad una telecamera e con luci sulla testa in uno stanzone scuro.

Abbiamo scelto dei semplici cartoncini da sfogliare, mentre una voce narrante lanciava degli slogan. Nei secondi finali del video abbiamo messo anche qualche scena di backstage, in cui ridevamo e facevamo figure da idioti. Uno spot di grande empatia, semplice e semiserio, ma non per questo privo di contenuti forti. Abbiamo chiesto all’editore di farlo scorrere a ridosso dei TG (la fascia oraria più costosa, ovviamente) per poi rimbalzarlo sui social media: c’è stato un buon ritorno.

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Il PANE del fornaio: ad una decina di giorni dal voto ecco la trovata che ha colpito di più l’elettorato, cantierata un mesetto prima. Abbiamo aquistato una mole di sacchetti per il pane di diversa dimensione e fatto stampare delle etichette (con colla alimentare!) che, sui sacchetti, recitavano: “Costa Volpino cambia: vota cittadini genuini come il pane”.

Avevamo spuntato preventivamente l’accordo con i fornai, che distribuissero in quei precisi tre giorni, fino ad esaurimento, i loro prodotti dentro questi sacchetti che gli fornivamo gratuitamente. Un altro modo per finire sulla tovaglia da pranzo delle famiglie e far parlare di sé.

La MELA della fiducia: anche se non hanno vinto, una delle liste a noi avversarie ha avuto un’idea che reputo altrettanto brillante. Hanno girato nei quartieri con un furgocino da fruttivendolo, suonando i campanelli e regalando mele con il loro brand sull’etichetta. Puntavano ad affermare il concept della fiducia e della generosità e di certo hanno suscitato sorpresa per lo più positiva. Forse, però, non avevano pensato a facili giochi di parole con i quali l’iniziativa è stata un po’ smontata (da noi e altri).

Insomma, nella letteratura la mela è stata spesso simbolo di tradimento, di peccato, di vizio, di rischio: la Bibbia, la storia di Guglielmo Tell o Biancaneve si sono ritorte contro questa idea, ricordandoci che ogni “genialata” originale, ancorché suggestiva e magari non così costosa, va sempre pesata con la domanda: “come potrebbe diventare un boomerang?”.

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(Credits Foto Copertina wikimedia.org